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Tragedia o commedia: com’è la tua storia professionale?

Tragedia o Commedia? “Questa è la storia di una ragazza piena di speranze, che a 19 anni ha lasciato la sua casa e la sua famiglia per venire a vivere a Milano, una ragazza che aveva in mente di conquistare il mondo e che poi è incappata in una brutta avventura e ha passato parte degli ultimi anni a piangere chiusa nel bagno dell’ufficio dalla disperazione, perché ha fallito, non è stata in grado di capire prima e di salvarsi dopo.”

Voglio aprire il mio post citando la conclusione di quello precedente, scritto da un’assistente della community, perché io non sopporto le storie prive di un lieto fine. È sempre stato così fin da bambina. Ricordo che quando mia madre mi lesse “La piccola fiammiferaia” io scoppiai a piangere e non volli più ascoltare quella fiaba.

Già, ma nella realtà non esiste il lieto fine!

Nelle nostre storie personali e professionali non c’è spazio per Il “vissero per sempre felici e contenti” perché sono un susseguirsi di sfide, ostacoli, traumi e conquiste. A volte incontro persone che hanno permesso ad un episodio della propria storia di diventare LA STORIA della propria vita, sono imprigionate nel ruolo della vittima che non ha vie di scampo, trasformano un fallimento in un marchio d’identità (“sono fallito”).

Ma c’è sempre una via di scampo!

Recentemente ho visto un bellissimo film con attori del calibro di Dustin Hoffman e Emma Thompson. Il titolo è “vero come la finzione”.

tragedia o commedia

Vero come la Finzione

Ecco in sintesi la trama: un uomo assai ordinario che fa l’esattore delle tasse ad un tratto scopre di essere il personaggio di una storia che si concluderà con la sua morte. C’è una scena di questo film che mi ha colpito particolarmente: il protagonista chiede aiuto ad un esperto di storytelling che gli dice: “Si tratta di capire se stai vivendo in una tragedia o in una commedia”.

Credo che il senso del film sia questo: alla fine sta a noi decidere se vogliamo vivere in una tragedia o in una commedia. Lo dimostrano anche tante storie reali di persone che hanno superato episodi drammatici della propria vita (una malattia, un lutto, un fallimento) e anzi ne hanno tratto la forza per vivere vite più felici e ricche di gente che, pur avendo tutti i presupposti per vivere bene, ha concluso la propria vita in modo triste (pensiamo alla recente vicenda dei titolari di Tetrapack).

Mentre leggevo la storia dell’assistente pensavo: certo che 6 anni sono veramente tanti! Quante energie sprecate per un capo che, a quanto pare, è lì per grazia ricevuta e per un’azienda dove non c’è spazio per il merito e la crescita! Perché sprecare tante energie per essere apprezzati e riconosciuti da gente che non stimiamo e che hanno valori tanto distanti dai nostri? Perché dare 10 a chi ci chiede 5 e poi lamentarsi per il 5 in più che non ci viene riconosciuto?

Mi sono sempre chiesta cosa impedisca alle persone che vivono in queste condizioni di uscire dalla gabbia? Forse il fatto che in quella gabbia si trova sempre cibo e fuori chissà? C’è chi lancia un’occhiata fuori dalla gabbia e ritorna immediatamente dentro dicendo: “Ho capito che posso vivere solo qui perché nessun’altro mi vuole.” E poi c’è chi aspetta di essere scaraventato fuori dalla gabbia per trovare la forza di scrivere un nuovo capitolo della propria storia. La maggior parte della gente funziona così. Ha bisogno di superare la soglia del dolore per cambiare il proprio destino, per scoprire che l’energia impiegata per resistere può essere usata per creare.

A tutte coloro che vivono un momento difficile della propria vita auguro di scrivere un nuovo capitolo intitolato felicità come accade in questo film: La ricerca della felicità.

Sven fund, experte für wissenschaftliches publizieren, nach sein vortrag und die anschließende diskussion stehen essay schreiben lassen https://schreib-essay.com/ unter dem motto open access zwischen heilsversprechen und universitärer realität.