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Professione Assistenti di direzione

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Senza paura non c’è resilienza!

Essere una persona resiliente richiede un grande sforzo, specialmente quando si ha paura del cambiamento, dell’incertezza.
Ma è proprio quando tutto crolla che nasce la resilienza.

Abbiamo discusso a lungo del tema della resilienza durante i due appuntamenti del Secretary JOB di questo anno, cercando di capire perché sia una competenza importante per un’assistente di direzione e in che modo si può diventarlo.

Oggi a raccontarci il suo punto di vista è la scrittrice Rosalba Panzieri.

Mi è difficile parlare di un sentimento, come di una capacità, senza affrontare il suo contrario. Perché credo che siamo tutti, all’origine, esseri che nel potenziale includono ogni attitudine possibile. Non mi attarderò nella dissertazione, banalizzata dalla sua stessa ferrea verità, del legame indissolubile tra luce ed ombra.

Preferisco osservare quanto la resistenza impasti la nostra vita. Sento quanto l’esistenza ci scorre nelle vene, quanto tutto fluisca e corra innamorato del divenire, percepisco l’orizzonte del domani che cattura lo sguardo di ognuno di noi, quanto ci rapisca il suo suono come il canto delle sirene guida i naufraghi. Ed è proprio così che accade: si fa sempre naufragio contro qualcosa, che sia un sogno, che sia un amore, che sia una meta sognata. All’apparire della realtà resistiamo, vorremmo tornare indietro; abbiamo paura di lasciar morire quel che già è stato per accogliere ciò che è ancora da fare, ciò che si appresta ad essere. Resistiamo perché abbiamo paura e la paura è rigida, fredda. La paura somiglia alla morte. È questo il punto in cui la resilienza nasce. Quando lasciamo morire il passato, quando il nostro vissuto diventa terreno-ventre per far germogliare il nuovo.

Credo che finché non si muoia in diversi piani esistenziali non si possa parlare di resilienza.
Finché stiamo male, fintanto che siamo nella morsa di un problema, possiamo mettere in campo molte risorse: forza, costanza, impegno, spirito di sacrificio. Ma è quando tutto crolla, quando si sperimenta la morte, quando tra le dita non restano che macerie di un mondo distrutto, che possiamo parlare di resilienza.

In natura, per i metalli, questa è considerata la capacità di tornare allo stato originario ed è testata sulla sollecitazione massima, una frazione prima del punto di rottura. Somiglia all’elasticità, ma è più profonda, si spinge oltre. Ricrea.

La resilienza è questo per me, la capacità di ricreare un mondo nuovo permeato dall’esperienza senza esserne corrotto nel suo potenziale di creazione. La resilienza è la capacità di rinascere senza perdere la verginità dell’anima, la morbidezza del cuore e dei sentimenti.

Se parlo di me, la resilienza è sempre arrivata a battezzarmi dopo ogni faticata, dolorosa, agonizzante morte.

Accade così: ci si sveglia di nuovo come appena nati, come alla vigilia di un nuovo lungo viaggio da percorrere con anima intera e spirito vivo. E si crede fortemente nella vita, nonostante il male, si è pronti a piantare un fiore.