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Real life: storia di un capo e della sua assistente

A volte è difficile stabilire un legame tra capo e assistente e sembra quasi impossibile trovare un punto di incontro. Però non è sempre tutto come appare e si può scoprire una persona diversa da quella che si immaginava.

Non è stato semplice averlo come capo.

Lui, futuro responsabile dei servizi alla clientela, io back-office commerciale da qualche anno. Lui chiuso e riservato, con lo sguardo spesso chiuso sul pc, io entusiasta dei nuovi compiti di account.
Lui allergico al protocollo, ai rigori formali e ai biglietti da visita, io impeccabile nei miei tailleurs e ventiquattrore, affidabile e rassicurante con i clienti.
Lui sempre di poche parole, severo con se stesso, caotico e disordinato ai miei occhi. Io dalle carte in ordine, dalla scrivania in ordine, dall’agenda piena di appuntamenti in ordine di valore.
Lui che con me parlava poco, io che rispondevo con discorsi fiume. Lui con la cravatta lasciata appesa al chiodo, io che dubitavo si potesse fare squadra.

Un giorno, un primo pomeriggio di fine estate, lui si volta verso la mia scrivania, non mi guarda e con un filo di voce scura dice a mezz’aria: “Sara, sì che è brava a raccontare balle commerciali”.

Alzo gli occhi e il corridoio l’aveva già inghiottito. Ero confusa, interdetta. Il mio capo non mi aveva mai rivolto la parola e ora lo faceva con quel sarcastico complimento. Complimento? Assolutamente lo consideravo un affronto alle miei fatiche, al mio impegno quotidiano a mettercela tutta verso quei clienti che firmavano i contratti commerciali, rassicurati dalla mia professionalità e dal mio sorriso. Per lui ero quella che raccontava “balle commerciali”.

Non chiusi occhio quella notte, lasciai passare quella sbornia d’ira che mi ribolliva il sangue ed il cervello. Lasciai passare un intero giorno, poi entrai nel suo ufficio caotico, impolverato e mai illuminato e chiesi spiegazioni.
Per la prima volta mi sorrise. Non avevo intuito che dietro a quell’uomo un poco chino su se stesso ed imbronciato ci fosse un uomo di calore ed attaccato ai valori della famiglia.

“Sara, è stato un complimento, niente più di ciò che voleva essere. Un complimento per come ti rapporti con i clienti, per come te la cavi nei momenti più difficili di una trattativa; bisogna saper gestire un cliente e tu lo sai fare. Spesso è necessario dire le cose più significative, evitando di entrare ogni volta nel merito o nel dettaglio. Sono segreti del mestiere che un account deve conosce. E tu, li conosci già..”

Ho visto, ascoltando quelle parole, un altro uomo. Un uomo che ama il suo lavoro, che misura le parole, ma che dice quello che pensa con una schiettezza disarmante, che fa del suo disordine un ordine mentale, che fa dei suoi clienti il perno della sua attività commerciale, che vive per la sua famiglia e per il suo lavoro.

Sono passati 2 anni da quel pomeriggio di fine estate. Lui è diventato responsabile dei servizi alla clientela di una importante società quotata in borsa. Io, da account, sto prendendo il volo verso una società che si sta ritagliando una parte considerevole sul territorio.
Ho fatto tesoro dei suoi insegnamenti. Ed ora, sto prendendo il volo, forte di aver percorso la mia strada con convinzione e professionalità.

Date un’occhiata al precedente articolo della rubrica:  “Real life: un’assistente, un presidente e un cliente particolare“.

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